17 agosto 2010

Quello che sono - Capitolo 2

Archiviato in: Curiosità

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Dicono che gli avvocati non dovrebbero giocare a poker perché è un’attività che lede la dignità della categoria.
Un paio di considerazioni, anzi tre: “dicono”, me l’hanno detto alcuni colleghi qua in studio che se si schiodano un attimo dalla logica vanno nel pallone.
Secondo: ledere è un verbo che andrebbe abolito perché non lo usa più nessuno a parte i poeti. Quindi, nessuno.
Ultimo: casomai Lederer, da Howard Lederer, uno dei miei pokeristi preferiti, “il professore” con le sue improbabili camicie.
Chiusa parentesi.
Gioco a Texas hold’em online, e quasi solo online, perché è un gran bel passatempo. Costoso, all’inizio, ma bello.
Il mio sito di riferimento si chiama Orange Poker e, non a caso, il colore predominante è l’arancione. Ci sono tornei (perché in Italia si possono organizzare solo tornei e non partite cash: visto come sono bravo nella legislazione?) che vanno da 50 centesimi a 100 euro (il massimo consentito: visto come sono bravo nella legislazione? Ah, l’ho già detto).
I primi tempi ci davo dentro con quelli dal costo d’iscrizione basso. E finivo regolarmente schienato. Però mi sono serviti di lezione. Qualche ora a guardare i campioni in tv, un paio di libri leggiucchiati, ed eccomi qui a duellare con, in ballo, migliaia di euro.
Sit and go? Troppo poco. Meglio i tornei con decine e decine di avversari.
E ce ne sono, eh? Purtroppo ho tempo solo la sera tardi, e non c’è lo stesso traffico delle otto e mezza, per esempio. Però anche 450-500 persone mica sono poche.
Uno a settimana, per non esagerare troppo. Sono una macchina da soldi, vado sempre a premio da tre mesi a questa parte. E soldi veri, non piazzamenti stupidi: parliamo di tavoli finali e vittorie. La mia vincita più grande? Settemila euro abbondanti. Torneo dominato.
Gli avvocati non dovrebbero giocare a poker. No, davvero. Non dovrebbero perché sono troppo forti.
Anche se io avvocato lo sono solo in potenza. Tra qualche anno potrei mollare tutto e diventare giocatore professionista. Guadagnerei molto di più anche rispetto a un notaio. Però dal vivo è così diverso, così prevedibile…

Adesso ho preso a smanettare anche dallo studio. I computer che abbiamo in dotazione fanno davvero cagare: sono lenti, impolverati e obsoleti.
Non dico di avere programmi all’avanguardia o l’ultimo sistema operativo esistente. Anche perché a noi il pc serve per immagazzinare dati e poco altro. Scrivere magari qualche lettera, scaricare documenti dai siti specializzati.
Ah, a proposito. Non possiamo andare su tutta la Rete. Niente social network, niente Messenger, niente Skype. Isolati dal mondo. Per fortuna abbiamo i telefoni fissi (ci mancherebbe altro) e i cellulari aziendali.
Niente cazzeggio, insomma.
Vi domanderete come abbia fatto a installare Orange Poker, il cui sito, ovviamente, non è raggiungibile da noi, peones dello studio legale.
E’ stato più semplice del previsto. Ho un amico che letteralmente costruisce computer. Un vecchio compagno di liceo, che dopo il liceo classico ha mollato tutto per andare a lavorare nell’informatica. Gran smanettone, lui, geniaccio e mani di fata.
Il contrario di me.
Comunque, un giorno mi iscrivo a un torneo in programma la sera stessa. L’idea era quella di tornare a casa, bel bello, e mettersi a giocare come sempre da camera mia. Oh, non va in palla il sito? Tutto rimandato all’indomani.
Peccato che avessi delle pratiche da sbrigare. Urgentissime. Panico. E quindi?
No, io quel torneo lo volevo giocare. Anche se erano solo sessanta euro di iscrizione. Montepremi ricco, mi ci ficco, e che caspita.
“Pronto, Giovanni? Ho bisogno di te”. Ed ecco spuntare il mio ex compagno di classe. Anzi, di banco. Il classico nerd, ma utilissimo. Gli consegno il mio pc, come già svariate altre volte in passato (quello di casa, però). Lo studio, deserto; scendo al bar a mangiare una piadina bresaola e mozzarella.
Fidarsi è benissimo. Bello essere tranquilli.
Torno su e me lo ritrovo intento a fumare una sigaretta alla finestra.
“Cazzone, mi avveleni l’aria”, gli dico.
“L’ultimo tiro, dai”.
Vado al computer e, sorpresa ma non troppo, vedo la pagina di Orange per effettuare il login.
“Ce l’hai fatta anche ’sto giro, Giò. Grazie”.
“Mi devi un decimo di quello che vinci”. Lui sapeva che giocavo a poker online.
“Te lo meriti, ok. Ma, posso sapere come ci sei riuscito?”.
“Semplice”, e mi spiega tutto per filo e per segno. Annuisco con la testa, ma in realtà quelle parole per me rappresentano solo una grande, immensa, incommensurabile supercazzola. La sostanza goduriosa è che da quel giorno in avanti ho potuto connettermi senza problemi al software: l’unico, in ufficio.
“Vuoi restare qui ancora un pochino?”, gli chiedo.
“No, grazie. Torno a casa e aspetto i soldi”, ride.
Lo accompagno alla porta ringraziandolo. Tra una pratica e l’altra riesco a giocare: quasi mille iscritti, e per me è un record.
Niente paura. Al massimo qualche momento di distrazione, normale.
Arrivo solo cinquantunesimo e porto a casa un millino abbondante.
Metà in tasca a Giovanni. E non diciamo che lediamo la dignità della categoria, su.
Ho pochi amici, quasi nessuno. Eppure, a rotazione, continuano a cercarmi. Incuranti dei miei “No, guarda, non posso” e dei “Spiace, ho già un altro impegno”. Falso.
Credono che sia una presenza fondamentale in qualsiasi uscita, in qualsiasi festa. Ma io mi annoio a morte, a restare lì in piedi, o addirittura seduto, bevendo come una spugna.
Conoscere gente? Faccio un lavoro che mi porta a contatto con persone di ogni età. La stragrande maggioranza di loro nemmeno le considero, ho gusti piuttosto difficili per non dire impossibili.
I am what I am, lo ripeto ancora una volta: sono quello che sono, e provare a cambiarmi è un’impresa mica da ridere.
Spesso finirete col rimetterci.
Sarà che uno dei miei film preferiti è “Ecce bombo” di Moretti. Sì, sono un tipo così: mi si nota di più se vengo o sto in disparte o se non vengo per niente? Sono consapevole di essere quello un po’ strano che in gruppo fa il finto timido.
Quindi mi aveva colto abbastanza impreparato Giovanni quando, dopo avergli portato la metà di quello che avevo vinto a poker, se ne era venuto fuori con un: “Vieni domenica sera da Stefania?”.
La sua ragazza storica, anche lei compagna di liceo. Inutile aggiungere che si erano conosciuti là.
“Ci terrebbe molto”. Aggiunta fastidiosa dal retrogusto di quasi-ricatto.
Che dire? La solita festa di compleanno, con il novanta per cento della gente ammogliata, un aggroviglio di lingue parlanti e limonanti; gli avanzi, qualche cesso bramoso di pene.
E non nel senso di sofferenze.
Dio santo, ti ho già fatto un piacere dandoti cinquecento e passa euro per avermi installato Orange Poker sul computer! Cosa vuoi ancora? Lasciami in pace con le mie paturnie! Piuttosto ti insegno a giocare a Texas hold’em, davvero. Meglio che rompersi le scatole spudoratamente.
Nessuna di queste sfuriate era, però, uscita dalla mia bocca.
E se fosse stata l’occasione giusta, invece, per una serata diversa dalla solita routine avvocatesca e avvocatizia? Alla fine avevo accettato.
Con riserva.

Del tipo, alla prima occasione buona telefonata di rito: “Accidenti, mi è capitata questa cosa tra capo e collo. Nubifragio, la cagnolina morta, la zia in ospedale, le cavallette!”.
Due giorni dopo l’offerta di Giovanni, su Orange mi cade l’occhio su una mega-promozione.
“Entra tra i primi 100 del freeroll di stasera e ti qualifichi automaticamente per il grande torneo di domenica con 50mila euro garantiti”.
Spendere zero e vincere tanto, tantissimo: il massimo della vita per un giocatore.
Ora, come comportarsi? Auto-gufarsela o fare il tifo per se stessi? Intanto già entrare al freeroll avrebbe comportato riflessi, tempismo e dita allenate al clic.
Chissà quanti altri stronzi volevano esattamente ciò che volevo io.
Iscrizioni aperte dal primo pomeriggio. Cazzo, io sono in tribunale fino alle due e mezza. Frega niente, esco prima, di soppiatto, tanto è un’udienza preliminare.
Volo in ufficio, sudato fradicio, dopo dieci minuti di bicicletta ad andatura Cancellara dei tempi belli.
Ce la faccio ad accendere il computere e a loggarmi mentre ho ancora in bocca il mazzo con le chiavi, nell’ordine: casa, macchina del caffé, lucchetto della bici, armadietto del tribunale.
Riesco a loggarmi in tempo. Entro nella lobby di Orange e poi in quella del freeroll. Mancano trenta secondi all’inizio delle iscrizioni.
Tensione come nemmeno ai rigori di Francia-Italia mondiale.
Una goccia sugli occhiali, maledetta. Proprio mentre devo cliccare. Alla cieca, furia cieca, vai! Io insieme ad altre decine di migliaia, ma ne rimarranno soltanto cento.
Si apre una finestrella: “Complimenti, ti sei iscritto con successo”.
Posso respirare fino a sera. Quasi quasi mi viene voglia di tornare indietro al tribunale. E’ proprio quello che faccio, faccia di bronzo a tempo determinato.
Il palazzaccio mi accoglie scuotendo la testa, consapevole di avere tra i suoi addetti un personaggio esecrabile. Torno da dove me n’ero andato, e prendo appunti.
Non lo vinco, il freeroll della sera, ma entro comodamente nei cento fortunati. Gioco quattro ore per non guadagnare niente: se tutto va bene è un trionfo assoluto.
L’inizio è un turbinare di all in, perché certa gente aspetta una figura (molti nemmeno quella) per mandare la vasca. Accumulare per reinvestire, esagerare per non doversi più guardare indietro. Male che vada si splitta.
Anch’io sparo tutte le mie chips, ma con coppia d’assi da mid position immagino lo facciate pure voi. Soprattutto dopo tre raise in precedenza.
Vinco e faccio triple up. Aspetto i donk al varco, per portarli a spasso nella stalla. Non mi fate paura, bluffatori sconsiderati. Vi rilancio sopra, senza problemi.
Siamo in bolla e sono tre volte sopra la media-fiches. Mi verrebbe voglia di spingere con 2-8 offsuited per vedere le vostre facce incarognite.
Aspettare non rientra nel mio stile al tavolo. I gusti difficili vanno di riflesso, nella vita vera e su internet. Molti si rilassano in casi come questi. Io no. Esigo di conoscere le facce dei miei futuri rivali.
Bolla scoppiata, sono contento. Ma vado avanti a pushare. Perdo due brutti colpi. Perché sei venuto a vedermi con quattro quinti di scala contro il mio tris? All in con coppia di sei? Ok, accetto il coin flip. Niente, né asso né donna.
Basta, conserviamo le energie. E’ ora di ufficializzare la scusa per non andare alla festa di compleanno di Stefania. Giovanni, mi dispiace tanto: però sto prendendo il telefono.
Anzi, ti chiamo domattina.

Leggi gli altri capitoli di “Quello che sono”.

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1 Commento a Quello che sono - Capitolo 2

  1. I like it sembra che hai raccontato la mia di storia …
    Saluti


    Missoni - 17 agosto 2010


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