20 agosto 2010

Quello che sono - Capitolo 3

Archiviato in: Curiosità

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Prima di avvertire Giovanni devo dirlo a mio padre e a Martino che rimarrò allo studio domenica fino a tardi.
“Sì, devo leggere alcune carte, e studiare un po’. Non mi va di tornare a casa”, dico al mio genitore desaparecido. La sua voce, dall’altro capo del telefonino, sembra distante, assente.
Martino è d’accordissimo, invece. Però lui mi sta sulle palle.
“Buona permanenza”, e ride. Stronzo.
Bene. Posso chiamare l’amico ignaro, ora. E ci rimane male, in effetti, a sapere del pacco che gli devo tirare.
“Davvero non ce la fai proprio?”.
“Eh, Giò. Purtroppo, sai com’è il nostro lavoro. Può capitare di tutto, a tutte le ore del giorno e della notte”.
Lascio uno spiraglio. “Magari se riesco arrivo sul tardi. A che ora pensi di sbaraccare?”.
“Non so, difficile da immaginare. Credo per mezzanotte circa. Rimaniamo a casa sua, sul terrazzo. Mica si può schiamazzare fino a notte inoltrata”.
“Mi dipiace, comunque”. E a loro?
Riattacco con un senso convinto di facciadimerda. Convinzione di provare a bissare: torneo più fuga da Stefania. Eppure non ho una gran voglia.
No, non ci vado. Bisogna concentrarsi su una cosa sola nella vita.
Ad esempio, io odio multitablare. Giocare su più tavoli a poker online. Finisco con l’andar male ovunque. Un solo torneo, o un solo sit and go, e sono tranquillo.
Ora, al lavoro.

Domenica è il giorno perfetto, se non ci sono rotture di scatole attorno. Quindi meglio togliersi di dosso le varie ed eventuali.
Sabato sera sono andato a letto presto. Prima di mezzanotte. Ho noleggiato un film e me lo sono visto in sala, con mia madre in cucina a cucire. Bello, questo gioco di parole: in cucina si cucina e si cuce. O cucisce? Circuire il cucito nella cuccia della cucina. E i trentatre trentini che trotterellavano.
“Tu stai da troppo tempo senza compagnia”, mi dice lei.
“E’ la compagnia che sta da troppo tempo senza di me”, la contraddico.
Game, set, match.
Voglio essere riposato per il torneo. Cos’ho da perdere? Niente. Mi sono qualificato senza spendere un centesimo.
Dormo fino alle undici e un quarto. Avevo puntato la sveglia alle undici, ma ora che realizzo il suono e che mi tiro su dal letto passa un altro po’.
Mamma è andata a messa, e la casa è deserta. Doccia, colazione con fette di marmellata imburrate e di nuovo in camera mia.
Il pomeriggio passa lento, mi appisolo ancora. Stecchito. Questo caldo è una mazzata sul collo di chi vorrebbe muoversi.
Decido di prendere la bici e di fare un giro sul lungofiume. La giornata, soleggiata, promette sudore e sorrisi. Degli altri. Avverto mia madre, che continua a cucire.
“Non ti sembra di morire?”, le chiedo, mentre l’uncinetto sferruzza.
“No, perché?”.
“Mi sembra tanto un lavoraccio invernale”.
“Si vede che non hai mai lavorato a mano”.
Alle elementari mi soprannominavano “Danno” per tutti i casini che combinavo. Avete presente il traforo? Quella sottospecie di attività con seghetto e pezzi di legno che i ragazzi della mia generazione si sono dovuti sorbire: bene, ogni lezione, ogni stramaledetto pomeriggio, riuscivo a spaccare qualcosa.
Non ero semplicemente capace. Eppure il maestro mi si aizzava contro. “Sei un incapace, guarda gli altri come sono bravi”.
Ho imparato a rispondere troppo tardi per potermi permettere una reazione. Quindi incassavo.
Disegnare? Per cortesia. Neanche una casa riesco a fare.
Meglio inforcare la bici. Lungofiume, poi studio legale.
Gli occhiali da sole mi riparano dai raggi e dagli sguardi indiscreti. La musica idem.
C’è poca gente in giro. Li immagino tutti pronti a giocarsi il torneo di poker serale. Arrivo in ufficio dopo un’ora e mezza di pedalate.
Sarebbe tempo di masticare qualcosa. Piadina e tè alla mela verde. Due bottigliette.
Entro nello studio. Odore di stanza chiusa. Sgocciolo per terra col formaggio fuso.
“Cazzarola”, e mi chino per pulire con il tovagliolo. Sangue alla testa, che fastidio.
Mi rialzo. Una giacca sull’appendiabiti. Dubbio. Forse non sono da solo, o qualcuno si è dimenticato la roba qui dall’altroieri.
Due passi. La stanza dove di solito vado è vuota. Ma quella alla sinistra no. Lucina accesa. E’ l’ufficetto di mio padre.

Leggi gli altri capitoli di “Quello che sono”.

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1 Commento a Quello che sono - Capitolo 3

  1. anche il padre gioca a texas??
    sino ora bello….


    mont77 - 20 agosto 2010


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