22 agosto 2010

Quello che sono - Capitolo 4

Archiviato in: Curiosità

731420_blog3QUATTRO

Ho bisogno di concentrazione. Non di parassiti attorno. C’è mio padre, nell’ufficio accanto, che sta armeggiando al computer.
Dalla porta socchiusa l’ho intravisto. Ora lo sento benissimo, si alza, torna alla sedia (la sua sedia di pelle nera, da vero capo), chiama qualcuno al telefono.
Pensare di essere da soli e trovarsi, invece, in compagnia, cambia parecchio l’orizzonte. Il problema è che non so ancora se andare di là a farmi vivo oppure rimanere qui, clandestino.
Perché mio papà sa che devo passare dall’ufficio per lavorare, ma io di lavorare proprio non ne ho voglia. C’è da giocare un torneo.
Dovesse passare e trovarmi, amen. Io, nel dubbio, tengo le luci spente. E solo il computer acceso. Mi oriento col cellulare fino alla scrivania, sto attento a non fare casino, e sotto con Orange.
Che poi mi chiedo: “Perché lui è qui? Voglio dire, la mattina l’avevo chiamato e mi era sembrato distante. Anni luce. Adesso? A quale causa sta lavorando, che pratica deve sistemare, che clienti deve sentire?”.
Una sola telefonata aveva fatto, peraltro. Chi caspita è disponibile le domeniche sera di mezza estate?
Bah, è tempo ormai di concentrarsi sul torneo di Orange. Manca un minuto e sono qui, al buio, come un infiltrato, un po’ stranito.

Alla faccia del buy in alto! Guardo la lobby e mi ritrovo 1522 iscritti. Le mie possibilità di vittoria finale sono, aspettate che prendo la calcolatrice, dello 0,06 per cento. Forse mi conviene splittare sempre.
I tavoli sono da nove, come sempre. Molta gente è in sit out. Magari qualcuno è ancora sull’autostrada, di ritorno da un weekend al mare, e non ha fatto in tempo a sedersi.
Sono i rischi dei tornei programmati.
C’è anche chi specula su, si iscrive a quelli notturni con pochi partecipanti e va matematicamente a premio: anche solo raisando contro due assenti.
Bella la vita del giocatore online.
Comincio a giocare. Aggredisco, come sempre. Non rilanciate il mio grande buio. E’ venti? E io vi vado sopra con cento. I am what I am.
A proposito: ho scelto proprio questa frase come mio nickname. “Iamwhatiam” letto di fretta e senza pensarci potrebbe essere tipo “aiemmuotaiemm”, quasi napoletano.
Un rimbambito ha sicuramente floppato top pair. Occhio a come lo inscatolo con i miei quattro quinti di colore nuts. E’ un vero donk.
“Cosa continui a rilanciare, idiota?”, gli dico a mente scuotendo la testa.
Altro raise mio, callato. Se ne sono andati tutti, siamo rimasti io e te, amico. Io e te, come un duello del selvaggio west. Come Clint Eastwood e Lee Van Cleef, io sono il buono e tu il cattivo.
Questo turn bianco, però, non ci voleva. Dai, Orange, dammi un cuoricino, su. Ne ho già quattro, in mano ho asso e sette. Mica ne chiedo tanti. Anche un due. Anzi, un bel jack. Così lui chiude addirittura il tris.
E se facesse full? No, non è così avanti da avere addirittura un full. Beh, io comunque me la rischio. Forza, forza.
Merda, jack di cuori davvero. Sono il primo a parlare, mi piace agire da posizione sfavorevole.
Ragioniamocela: allora, io ho colore nuts e sto senz’altro davanti. Non può aver giocato con jack-cinque, jack-due o jack-nove. Il board fa troppo cagare. Ha rilanciato dal bottone con A-J, abbastanza pesante. Però ha pescato me dal Grande Buio.
La tacca del tempo viaggia veloce, devo decidere.
Brutto donk sfigato, mi hai fatto pensare. Mi hai fatto perdere tempo quando, di solito, vado come un treno. So di essere davanti, ma le certezze calano di secondo in secondo.
Ultima chance, call o fold? Call, vai. Un bel piatto da 1600 chips.
Esattamente come avevo previsto. O no. Tu hai il re e non l’asso. Ma io ti sdraio con il colore nuts. Suvvia, te lo scrivo anche sulla chat che te la sei giocata alla grande.
“Nh” e un bel faccino sorridente. Invia.
Povero, è rimasto cortissimo adesso. Ancora venti minuti e andrà all in con donna-nove offsuited, immagino. Sono brutti colpi, questi qui.
“Nice hand un cazzo, sei andato a pesca come uno stronzo!”.
Però non è scritta, la frase. Mi è sembrato di sentirla. O sono solo fantasie, traveggole dettate da caldo e stanchezza?
Il software continua a distribuire le carte. Fanno piuttosto schifo. Fold, fold e ancora fold.
Ma quelle parole io le avevo proprio sentite. Impossibile, dai. Chi può averle dette a voce alta?
All in del tizio di prima. Che antipatico, non ha nemmeno risposto al mio “nh” sulla chat.
Comunque, tutto previsto. Corto com’era, naturale buttare la vasca. Certo, io ho due re in mano, cosa faccio? Sono già in modalità call istantaneo. Se ne vanno tutti, benissimo!
“Lui avrà asso-donna o asso-alta”, me lo immagino.
La stanza è sempre buia, comincia a darmi fastidio quell’oscurità. Mi riprometto, dopo questa mano, di aprire almeno la finestra.
Anzi no, già mi alzo. Uno sta pensando se andare a vedere l’all in del tipo. Da dove sono, noto che folda.
Apro, aria. Nel frattempo è arrivato automaticamente il mio turno. No, stavolta lo sento con nitidezza: “Vai, e adesso vediamo che cazzo puoi avere in mano!”.
Di là, dall’ufficio di mio padre. Non posso sbagliarmi. Il muro che separa le nostre stanze è troppo sottile per fermare i suoni.
Oppure sto sognando, deliro, Giovanna D’Arco della Rete.
Intanto perdo la mano, perché sbatto contro coppia d’assi. Riesco appena appena a incazzarmi che suonano alla porta d’ingresso.

Leggi gli altri capitoli di “Quello che sono”.

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1 Commento a Quello che sono - Capitolo 4

  1. l’altro giocatore è sicuramente il padre! :D


    Fabri18 - 23 agosto 2010


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