Quello che sono - Capitolo 5
CINQUE
Martino. Mio padre va ad aprire e se lo ritrova davanti. Per me è una sorpresa, per lui no. Anzi, li sento che si mettono a parlare sull’uscio. E non di lavoro.
“Finalmente sei arrivato”.
“Ho fatto una fatica boia a trovare parcheggio”.
“Dai, che sono ancora dentro?”.
“Sì? Grandissimo. Quante chips?”.
“Ti dico solo che ho appena fatto double up con coppia d’assi contro coppia di re”.
“Che sculata!”.
Sì, ogni mio dubbio era diventato una certezza. La voce era reale, non me l’ero immaginata. E per di più era quella di mio papà. Stava giocando a poker, a Texas hold’em, nel mio stesso torneo, al mio stesso tavolo, lottavamo per lo stesso obiettivo.
Tutte cose impensabili. Ma poi, Martino non era quello che faceva il figo quando poteva dominare da solo? Cos’era una simile pantomima? Adesso le smancerie e i “bravo, complimenti”. Due bambini dell’asilo.
“Bene, ora giochiamo per davvero. E tuo figlio è già arrivato?”.
Sento che parlano di me, del fatto che dovrei essere lì per le pratiche che sto seguendo. Mio padre risponde che non mi ha visto, ma si può sempre andare a controllare.
Ho le luci spente nella mia stanza, tranne una piccola abat jour utile ad illuminare lo schermo del pc dove, nel frattempo, continua il torneo.
Sono distratto, vado a vedere fino al river con niente. Ho una conferma ulteriore. Il giocatore che prima mi aveva battuto con la coppia d’assi è in sit out. Uno più uno: papà e Martino stanno chiacchierando in corridoio, vengono verso l’ufficio dove sto giocando. Non so letteralmente cosa fare, e allora mi accuccio sotto la scrivania.
Entrano senza bussare. D’altronde, è tutto buio.
“Sarà in bagno. Il computer è acceso e ha dimenticato di spegnere l’abat jour”. Com’è perspicace, Martino. Mi verrebbe da ridere, ma non posso farmi beccare.
Per fortuna Orange l’ho messo in modalità “muto”, altrimenti avrebbero sentito tutto.
Escono dalla stanza. Con molta calma, aspetto che vadano nell’altro ufficio e corro ad accendere la luce. Ancora più velocemente, zompo di nuovo sulla sedia e mi rimetto a giocare.
Il silenzio è irreale, ho caldo e sudo di brutto. Sapere che sto sfidando mio padre e il suo vice a poker mi esalta da un lato, ma adesso mi condiziona. Onestamente spero in una re-distribuzione dei tavoli al più presto. Oh, ma capiterà in fretta, dai.
Che poi il nickname suo (o loro, questo lo devo ancora capire) è normalissimo: vabbé, è interista e Ibrasso potrebbe appartenere a qualsiasi tifoso come noi. Oppure sono troppo coglione io.
L’azione al tavolo ristagna, prendo qualche piattino in bluff contro due. Di là è calma piatta. Li sento parlare, ma non capisco bene di cosa. “…amo”, dicono. Potrebbe essere di tutto.
Occhio che arriva un piatto interessante. Io mi tiro fuori, con la mia fortissima mano 3-8 offsuit. Ibrasso, cioè mio padre (o Martino), rilancia di tre volte il Grande Buio, che è 1000. Lo vanno a vedere in quattro, pazzesco.
Mi piace vedere gli altri scannarsi. Si eliminano tra di loro, si rilassano dopo, e io li aggredisco quando sono sazi. Mica possono avere belle carte a oltranza, no?
Flop interessantino: 7-7-A, di con un 7 e un asso di cuori. Papà è primo a parlare, da Under the Gun, e fa check. Secondo me ha un asso in mano col re. Il tipo dopo di lui punta mille, ma lo seguono tutti tranne uno.
Non so com’e mio padre a poker, se tight o loose. Comunque, ecco il turn. Sento che fa più caldo. Esce un re di cuori.
Babbo check, quello che aveva bettato prima ci riprova. Ha colore, me lo sto già immaginando.
“Te ne devi andare col tuo assetto, pa’”, lo dico davanti allo schermo.
Il problema è che da quattro nel piatto si passa a tre. E quello che ha foldato, il Piccolo Buio, non è Ibrasso. Ovviamente.
Pot mostruoso, e river nullo, due di fiori. Perfetto per spingere. Check di papà. A questo punto o ha niente o è pieno come un uovo, tipo coppia d’assi. L’importante, in questi casi, è non far capire cosa si ha in mano.
Doppio all in degli altri due. E papà? No, sta tentennando. Lascia passare quasi tutto il tempo per la decisione. Dai, ora se ne va. Lo sentirò imprecare per aver giocato male una mano in cui partiva davanti.
E invece chiama! Madonna, che padre donk! Rimane praticamente con due chips e chiama con carte perdenti. Meno male che su Orange non c’è un sistema per risalire alle parentele tra giocatori.
Showdown. Comincia il primo raiser, che mostra coppia di re, e quindi un bel full. Il Grande Buio, stizzito, saluta con il suo colore con donna e nove. Che animale.
Sento Martino, lo sento forte, parlare dall’altra stanza.
“Non avete un cazzo, vi abbiamo inculato tutti!”
Impossibile che avessero coppia d’assi. Come minimo il tizio che aveva foldato dopo il turn ne aveva uno.
Scoppio a ridere, e a momenti casco dalla sedia, vedendo Ibrasso mostrare due sette. Poker. Facile facile.
Allora mio padre sa giocare eccome. Oppure è stato Martino? Vado di là, è l’occasione buona per capire qualcosa. Anche perché, nel frattempo, c’è stata l’agognata re-distribuzione dei tavoli. E ci hanno spostati, viste le due eliminazioni.
Vado a parlare con il chipleader, ma prima apro la finestra. Fuori la notte è stellata.
Entro senza bussare. Non ci penso nemmeno. Apro la porta dell’ufficio di mio padre e li trovo lì, proprio lì, alla scrivania. Uno accanto all’altro, davanti a un computer acceso.
Si scansano, come se qualcuno avesse fatto loro il solletico in contemporanea.
“Ah, ma allora ci sei?”, dice Martino.
Rispondo che sì, certo che ci sono. Mica cazzeggio quando sono in ufficio. Sono abbastanza tesi, papà fa ballare l’occhio dalla mia faccia allo schermo.
“Voi piuttosto?”.
L’imbarazzato è fantastico, andrebbe filmato. Peccato non avessi avuto una videocamera. O meglio, ce l’avevo nel telefonino, ma usarla proprio lì, in quei momenti, spudoratamente, sarebbe sembrato eccessivo.
Mi limito a osservare e a ridere dentro. Ridere tanto.
La scusa ufficiale è una causa da studiare in coppia. Una causa urgente, tanto da doverci lavorare su addirittura la domenica sera.
“Da quando sei qui allo studio?”. Questo è mio padre.
“Più o meno dalle quattro e mezza di pomeriggio”. Verosimile.
“Possibile che non ti abbia visto o notato?”.
“Sai che sono leggero nei movimenti. Come Mohammed Alì, agile, colpisco”. E comincio a saltellare”.
Clicca sul mouse, papà. Lo vedo che è agitato. O comunque non a suo agio.
“Beh, puoi tornare di là”, taglia corto Martino.
“Perché? Si sta così bene qui. C’è pure l’aria condizionata”.
“Sì, ma dobbiamo lavorare”.
“Anch’io”.
Babbo si alza in piedi e sbatte la mano sulla scrivania in mogano. “Basta, su, dai”.
Gelo.
“Va bene - prosegue guardando il compare -. Martino è inutile menarla, su. In fondo non c’è nulla di male. Che cazzo, sembriamo due che stanno nascondendo chissà che cosa. In fondo è un gioco”.
Sguardo basso dell’altro.
“Dai, vieni qui”, mi fa mio padre.
Passo dopo passo verso di loro. Seduti accanto, come vecchie zitelle al club, mi fanno ribrezzo. Davvero. Più Martino, comunque. Arrivo in prossimità della scrivania e papà volta lo schermo.
Sì, è proprio un tavolo di Orange Poker.
L’attore che gorgoglia in me viene fuori alla distanza: “Che roba è?”, gli domando.
“Texas hold’em”.
“Prego?”.
“E’ poker”, interviene a sproposito Martino.
“Grazie”. Dio, quanto lo odio.
Grande papà che cerca di arrampicarsi sugli specchi. Grande papà che racconta come la mamma non sappia niente. Grande papà che ti apri come un libro, come un codice. Grande papà che mi spieghi dell’investimento da che avete fatto tu e il tuo compare: tu metti i soldi, lui gioca e la vincita si spartisce a metà. Grande papà che vuoi far fare carriera a uno stronzo e trascuri me.
Io sono sono quello che sono, lo ammetto. Tu sei una merda vera.
E ora scusami, ma torno a giocare e a darvi una lezione. Spero di ribeccarvi a un tavolo, anche se siete quasi chip leader.
La scusa è apparecchiata. Non mi resta che dedicarmi di nuovo ad Orange.
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