Quello che sono - Capitolo 7 (finale)
SETTE
L’avevo sempre pensato: Martino è una merda. Ma così merda no.
Forse mi spiava, a quel punto potevo immaginarlo. O forse ha avuto un colpo di fortuna come io con i jack. E ha trovato il mio posto libero, vuoto, sguarnito.
Si è seduto, mi ha aspettato. Nel frattempo, non lo so. Ora glielo chiedo.
“E così giochi anche tu a Texas. Ti credevo in altre faccende affaccendato”, mi dice.
Non era questa la domanda.
“Tanto sei chip leader, anche se mi faccio qualche mano in vece tua…”.
Non era questa la domanda. E due. O forse sì e non voglio sentire la sua risposta.
“Intanto porta rispetto – sibila –. Sono pur sempre collega di tuo padre”.
Mi avvicino minaccioso. Togliti dalle palle, gli grido.
“Eh, come sei agitato. Urli spesso, ultimamente, ragazzino”.
Scoperto dal colpo di prima. Non me n’ero quasi accorto. La gioia irrefrenabile, lo scoppio acuto. Cazzone.
Martino dice che il loro torneo è finito. Sono usciti neanche in bolla, prima. Cento euro buttate, pazienza. Si erano buttati su un sit and go da cinquanta ed erano rimasti in tre dei nove di partenza. Quindi, a premio.
È languido come una puttana di basso livello. Con la gamba accavallata e la mano sul mouse.
Che fai, giochi?
“No, rilancio sempre. Sei carico. Guarda qui, coppia di nove”.
Deve ridarmi il bastone del comando. Non si deve permettere di usare i miei soldi, le mie chips.
Con la mano mi blocca il polso proteso. Fa male, brutto stronzo. Cerco di farglielo io, del male. Ma schiva il colpo e finisco quasi per terra.
Togliamo pure il quasi. Nemmeno si sforza di aiutarmi.
Paura? No, più che altro schifo. Di lui, di mio padre che si è circondato di un essere così. Dal pavimento scivolo con i piedi verso l’alto.
È confusione mista a rabbia. Sento Martino ridere.
Che cazzo ridi? Hai plagiato mio papà, glielo tieni in mano tutte le sere? No, perché altrimenti non vedo un solo motivo per questa vostra partnership.
Dice che sono i soldi. La brama di soldi. Dice che i clienti scarseggiano e bisogna rimediare in qualche modo. I praticanti devono essere pagati, perché lo studio è prestigioso e non può permettersi figure di merda. E quindi cosa meglio di un anonimo servizio di giochi online? Un po’ d’esperienza loro, maturata uno dal vecchio poker a cinque carte e l’altro dal backgammon; trust di cervelli ammuffiti.
Avevano bluffato tutto il tempo. Così come io ero sempre stato me stesso, nel bene e nel male. Che bastardi. Specialmente mio padre. Martino lo sapevo, lo intuivo che nascondeva qualcosa. O comunque il marcio veniva soprattutto da lui.
Vabbè, e ora? Mi lasciava continuare a giocare?
“No”.
Certo, fermiamo le macchine. Via, a casa!
“Devi darci la metà di quello che vinci”.
Prego? Basta con le cazzate. Non ci penso nemmeno. Dov’è andato mio papà che vorrei fare due chiacchiere con lui?
“A casa, è tardi”.
Informatissimo. Dunque, siamo rimasti io e lui.
La metà della mia vincita. Tenendo conto che sono chip leader con molta probabilità di tavolo finale, un bel gruzzolo. Intanto lo faccio scendere dal mio scranno. Con la scusa del “ci penso un attimo”.
Eccomi di nuovo al comando. Cazzo, ho più chips di prima.
“Hai vinto un coinflip con uno veramente short, non credere”, sgonfia Martino.
E se io non volessi accettare le sue condizioni? E se, poniamo, mi limitassi a dare solo una cifra se non addirittura zero centesimi? Il ricatto è presto servito.
“Chiamerei i tuoi docenti universitari sputtanandoti davanti a loro. Che sei uno studente pessimo nonostante i bei voti. O anzi, direttamente il rettore, un mio caro amico. Vedi poi che bello sarà laurearsi nella merda”.
Non credo alle mie orecchie. Rido, infatti.
Oh, attenzione, è scoppiata la bolla. Sono a premio.
“Siamo, a premio”, puntualizza lo stronzo.
Ancora? Ah, ma allora non hai capito. Non ti do un centesimo, va bene?
Silenzio. Martino si siede davanti a me, dopo la scrivania. Si sistema la cravatta e guarda fuori dalla finestra. Occhi vuoti, senza un significato.
“Credo di conoscerti bene – dice –. Ci tieni tanto alla laurea, sarebbe un peccato crollare all’ultimo chilometro, no?”.
Pensa di intimorirmi. Un po’ lo fa. È come vedere un all in con coppia medio-bassa: tipo 6-6. Dipende molto dall’avversario. Poi si va a vedere, il più delle volte.
Almeno, io vado a vedere perché io sono come sono, I am what I am. La pubblicità, lo slogan più adatto a me.
Anche contro Martino decido di spingere. Che facesse ciò che voleva. Lo sfido.
Intanto continuo a giocare. Francamente mi è anche passata la voglia. Cadono tipo birilli, adesso. A bolla scoppiata molti esagerano. E perdono. Avanti senza sudare, il meglio. Da chip leader.
Quell’altro si alza, saluta ed esce dalla mia stanza.
Cedi? Foldi?
Nessuna risposta. Lo sento andare di là, nell’ufficio di papà, prendere la sua roba e andarsene.
“In bocca al lupo”, bercia da lontano. La mia porta fa da scudo. Crepi il lupo.
Se ne va dallo studio. Distribuiscono le carte. Poi, una chiave che gira nella toppa. Due passi che rientrano. Ho asso-nove offsuited, buona mano. Mi posiziono già per un rilancio forte. Voglio dominare.
E in quel momento va via la luce. Qualcuno l’ha cacciata e ho la vaga impressione che sia stato Martino a staccare l’interruttore.
Reazione fioca come i lampioni della strada sottostante. La vendetta di un piccolo uomo. L’unico modo per fermarmi, o per rallentarmi.
Penso a Stu Ungar che era arrivato a premio senza giocare per un giorno intero. Lui, ubriaco, in albergo; le chips sul tavolo, mangiate da bui e rilanci.
L’idea di mettermi a riaccendere tutto è più pesante del sonno che già ho. Preferisco andarmene. È notte e non ho più voglia di giocare. Per adesso. Lascio decidere al fato quanto mi sono meritato di vincere. E parto da primo in classifica.
Passano gli anni e sono ancora in giro in bici. Ho mollato gli studi dopo l’estate e sono pokerista professionista.
Mi sono rotto le scatole di studiare qualcosa che non mi piace. Avevo una minima ambizione, ma se persino tuo padre ti delude è davvero finita.
Quella sera del torneo della domenica con 1522 partecipanti ero arrivato 29esimo. Quindicimila euro in tasca. Più o meno. Tutti miei, e da gestire alla mia maniera.
Sono quello che sono. Giro il mondo e sono felice. Ho anche ricominciato a sentire gli amici.
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3 Commenti a Quello che sono - Capitolo 7 (finale)
Ciao, fossi in te penserei seriamente a scrivere un libro, magari un bel trattato sul poker on line, è piacevole leggere quello che scrivi, ho notato che oltre all’ottima dimestichezza con l’italiano, sai dare quel “non so che” ad ogni capitolo e devo dire in tutta sincerità che mi sono sorpreso, ad immaginare di vivere quello che scrivevi, è stata una lettura estremamente piacevole e istruttiva. Fossi in te, penserei seriamente a mandare qualcosa a un editore. Già!! Ma io non sono te, sono solo un povero donk che da poco si è avvicinato al poker e grandi risultati non ne ho ancora ottenuti, ma per il momento per me il poker resta ancora un passatempo divertente e rilassante, Ti auguro di continuare a vivere la vita come l’hai descritta e non rammaricarti se non hai continuato la professione di avvocato, ce ne sono già tanti, è più raro trovare un buon pokerista, e mi sa che tu lo sei veramente, continua per la tua strada, in fondo lo dici tu stesso: SONO COME SONO!!! Ciao da Beppe da Torino.
Beps64 - 29 agosto 2010
il racconto è anche carino, ma proprio non capisco il payout di sto torneo… la ventinovesima posizione la pagano più del 10% del montepremi??!?!?
va bhe, cmq complimenti
crlissmo - 30 agosto 2010
Ciao a tutti, sono l’autore. Beps, grazie per le belle parole. Sappi che non ho mai mai mai frequentato uno studio d’avvocato. Ho studiato tutt’altro e ho dato un solo esame di diritto. E’ ispirato, il racconto, a un mio amico che gioca a poker.
Spero vi sia piaciuto. Sono un po’ gonzo, ultimamente..
Saluti a Malvino
AlexiL82 - 30 agosto 2010